Dinamiche intrapsichiche

Inserito in Psicologia

Gli autori che si sono occupati di questo disturbo mettono in risalto come queste pazienti usano la loro malattia nel tentativo di essere uniche e speciali, ciò fa si che per riuscirci oltre a dover primeggiare negli studi e nel mondo del lavoro devono fare qualcosa di veramente eccezionale come rifiutare il cibo ed essere le più magre.

In realtà ciò nasconde una verità molto più dolorosa che è quella di sentirsi una nullità, incapaci di portare a termine qualsiasi cosa e di non riuscire a cambiare la propria vita. Quanto detto indica che l’anoressia comporta un forte investimento sull’io e sulla parte cosciente della persona, mentre il sé e il corpo vengono tagliati quasi completamente fuori.

Un altro obiettivo che tentano di perseguire attraverso la malattia, è quello di liberarsi dalle aspettative imposte in modo più o meno esplicite dai genitori, che hanno preteso dalle figlie una incondizionata resa alle loro richieste affettive e al loro appagamento narcisistico. Infatti le anoressiche hanno fatto di tutto per diventare brave bambine, studentesse modello, figlie di cui un genitore non poteva che andar fiero di loro almeno fino al momento dell’esordio della malattia. Ciò ha portato alla formazione di un falso sé che adesso, attraverso la ribellione sileniosa del non mangiare, esse non accettano più e cercano di far emergere e di costruire un vero sé.

Nella vita di queste ragazze vi è quasi sempre la figura di una madre dominante che ha preteso di sapere, ma senza sentire, cosa era buono e cosa non lo era per le loro figlie. In realtà si tratta di madri che non hanno potuto, per quella che era la loro storia personale, sintonizzarsi con i veri bisogni della bambina e hanno negato le richieste di vicinanza per loro insostenibili; non hanno potuto dare il necessario supporto fisico ed emotivo e spesso hanno proiettato sulla figlia le proprie paure rispondendo in modo errato alle le richieste di contatto provenienti dalla piccola; hanno riversato su di esse le proprie frustrazioni e ne hanno chiesto risarcimento in cambio di quell’amore materno senza il quale nessun bambino può sopravvivere.

Tutto ciò ha portato alla costruzione di una immagine materna interna vissuta come ostile da cui liberarsene attraverso il corpo, “vomitandola” tutte le volte che diviene insostenibile o impossibile da assecondare.

La caratteristica più evidente che colpisce di queste pazienti è la loro errata percezione del corpo, esse sembrano incapaci di vedersi, la loro immagine corporea è fortemente disturbata. Esse, per sopravvivere emotivamente, hanno dovuto negare i sentimenti e per riuscirci sono state costrette ad anestetizzare le parti del loro corpo da cui provenivano le sensazioni non accettate all’interno del rapporto con i genitori.

La loro crescita è stata disturbata non tanto dalla mancanza di cure ma dal fatto che non sono state rispettate nell’espressione dei loro bisogni, infatti i genitori hanno preteso che le loro figlie fin da piccoline si sintonizzassero sull’immagine che esse si erano costruiti. Così hanno finito per considerare se stesse nello stesso modo in cui i genitori le hanno trattate.

Un primo meccanismo per negare i sentimenti è bloccare i movimenti del corpo che sottostanno all’espressione di tali affetti. Un secondo meccanismo è quello di alterare la funzione percettiva.

Quindi neghiamo alcuni aspetti della realtà per autodifesa. Secondo la Bruch quest’alterazione delle funzioni percettive fa si che le anoressiche abbiano un”interpretazione errata di stimoli interiori ed esteriori, è un modo impreciso di percepire la fame” che le porta ad avere un rapporto distorto con la realtà del loro corpo e ad un pensiero ossessivo rispetto al cibo e alla sua manipolazione.

La negazione messa in atto con queste modalità si struttura nel corpo provocando delle tensioni croniche di alcuni muscoli, essa si localizza alla base del cranio contraendo i muscoli che congiungono la testa al collo. Inoltre viene coinvolta anche l’area collegata ai centri visivi del cervello, implicati nella percezione visiva.

Così queste ragazze sono state considerate come un appendice della madre, al quale non si può concedere affetto e vicinanza perché anche la madre, a sua volta, ne è stata privata.

Un rifiuto così primitivo e profondo non può che portare il bambino a sperimentare da un lato terrore e paura per la sua stessa vita dall’altro rabbia che deve essere repressa evitando così la ritorsione materna. La difesa che nasce nel tentativo di negare questi sentimenti è l’immobilità e la rigidità del corpo. Immobilizzare il corpo significa sacrificare il proprio sé e la propria forza vitale, significa andare contro se stessi e contro la vita, ciò può spiegare come nelle pazienti anoressiche sono sempre presenti tendenze autodistruttive, che denunciano la presenza di qualcosa che cerca continuamente di annientare l’energia vitale.

Si potrebbe ipotizzare che dietro la spinta all’autoannientamento vi sia l’autodistruttività della madre che ha invaso il mondo psichico della figlia, alla quale non rimane che cercare di rigettarla fuori attraverso il comportamento anoressico, sinonimo di un rifiuto del nutrimento affettivo materno devastante.

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